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Rito della Grotta di Polifemo

Il rito della Grotta di Polifemo è la cerimonia con cui Marco Martini ricompone gli anelli, la catena sottratta al Museo di Nemi e il diamante giallo nel bracciale di Empedocle. Il rito invia Sigmondo, Diane e Marguerite nel passato, libera gli spiriti incaricati di completare la nuova linea temporale e chiude il ciclo dell’uroboro. Per Marco segna anche la separazione dagli anelli e la perdita della seconda vista.

La scena riunisce le diverse tradizioni magiche attraversate dal romanzo senza ridurle a un unico sistema. Marco invoca entità che possono essere chiamate spiriti, elementali, dèi o demoni; le affida alla volontà degli Orisha e adopera formule ispirate liberamente all’enochiano. Il loro potere dipende meno da una classificazione esatta che dall’intenzione, dagli oggetti e dal luogo in cui vengono pronunciate. La formazione positivista di Marco non lo conduce a una fede: lo dispone piuttosto a osservare ciò che accade e ad adeguare le proprie categorie a quanto vede e percepisce, anche quando i fenomeni eccedono ogni spiegazione disponibile.

Fase Azione Esito
Premonizione Durante il sopralluogo del mattino, Marco vede gli anelli ricomporsi e Sigmondo nel mondo antico. Comprende che Sigmondo stesso ha nascosto nella grotta l’involto destinato a essere ritrovato più di duemila anni dopo.
Preparazione Al tramonto dispone gli anelli in cerchio; Aisha e Fatma gli consegnano la catena di Nemi e il diamante giallo. Gli oggetti necessari vengono riuniti nel punto fisico in cui il ciclo deve chiudersi.
Invocazione Marco pronuncia la formula di apertura e chiede alle entità di unire gli oggetti sacri. Le torce si spengono e gli spiriti ricompongono il bracciale.
Difesa Un gruppo guidato da un sacerdote tenta di interrompere il rito. Gli spiriti confondono gli aggressori e li fanno cadere in ginocchio.
Passaggio Marco consegna l’anello senza pietre a Marguerite e chiede forza agli «amici provenienti dal mondo esterno». Una bolla di luce avvolge Sigmondo, Diane e Marguerite e li trasporta nel passato.
Compimento Gli spiriti vengono inviati nelle quattro direzioni perché portino a termine quanto è stato affidato loro. La nuova linea temporale viene consolidata oltre ciò che Marco può osservare direttamente.
Chiusura Ormai privo degli anelli, Marco porta le mani allo sterno e grida la formula conclusiva. Le entità si ritirano; Marco crolla esausto e perde la capacità di vedere le conseguenze future.

Le parole giungono a Marco attraverso la visione del mattino «come se le avesse sempre sapute». La traduzione riportata qui esprime il significato attribuito loro durante la costruzione del romanzo, non una traduzione filologica dell’enochiano storico.

Formula Significato voluto Funzione nel rito
Zazas, Zazas! Nasatanada Zazas! Formula di apertura del varco. Convoca le entità e apre lo spazio rituale.
Vls Peoal Iaida Qaa! Unite questi sacri strumenti. Ricompone anelli, catena e diamante nel bracciale.
Dluga Micalzo Ton Lonsh. Date loro ciò che meritano. Ferma e confonde chi tenta di interrompere la cerimonia.
Dluga Zir Momao. Datemi forza. Sostiene Marco nel momento del passaggio temporale.
Maasi Vir Uran Oplirt. Amici provenienti dal mondo esterno. Si rivolge alle entità chiamate ad assisterlo.
Noas Pidia, Od Drilpa To Lonshi Luciftias Mir! Andate e fate ciò che i nostri signori ritengono opportuno. Libera gli spiriti nelle quattro direzioni perché completino l’opera.
Tabaan Babalond! Chiudete le porte. Conclude il rito e richiude il varco.

Considerate come unità distinte, le invocazioni sono sette, anche se la prima e la seconda, così come la quarta e la quinta, vengono pronunciate nella stessa battuta. Una formula apre il varco, cinque governano le trasformazioni centrali e la settima lo richiude. I due numeri sovrappongono così significati differenti: il sette, legato alla totalità e al passaggio in molte tradizioni religiose ed esoteriche, dà compimento all’intera sequenza; il cinque, associato al microcosmo umano, ai sensi, alle estremità del corpo e al pentagramma, appartiene alla parte operativa del rito, nella quale la volontà di Marco agisce sulla materia e sul tempo.

Il cinque ricorre anche nella scena: cinque sono gli anelli custoditi nell’astuccio, ai quali si aggiunge quello con le pietre nere indossato da Marco, e cinque sono le donne che rimangono nella grotta dopo la partenza dei tre viaggiatori. La struttura numerica non rimane quindi confinata alle parole, ma collega il celebrante, gli oggetti e i testimoni. Il cinque governa l’azione umana contenuta nel rito; il sette racchiude e completa il passaggio.

Nella ritualità la parola non si limita a descrivere ciò che accade: ne diventa parte. Un nome convoca, un imperativo dirige, una ripetizione separa il tempo ordinario da quello della cerimonia. Il significato continua a contare, ma agisce insieme al suono, al ritmo, al respiro, ai gesti del celebrante, agli oggetti presenti e alla fiducia di chi ascolta. Per questo una formula può conservare la propria forza anche quando la sua grammatica non è del tutto accessibile a chi la pronuncia.

Nel rito della grotta ogni frase coincide infatti con un’azione precisa: aprire, riunire, respingere, chiedere forza, inviare e infine chiudere. Allontanandosi dall’italiano quotidiano, l’enochiano maccheronico segnala che quelle parole non appartengono interamente né a Marco né al lettore, ma sembrano ricevute da un altrove. La loro oscurità non sostituisce il significato: lo concentra. Sotto la forma misteriosa, gli ordini di Marco rimangono semplici e concreti; è la distanza fra la chiarezza dell’intenzione e l’opacità della lingua a conferire loro autorità rituale.

Nota dell’autore

Durante la presentazione del romanzo, e successivamente sui social, ho raccontato che l’intelligenza artificiale era entrata nel mondo della Fine dei miracoli dopo la pubblicazione, aiutandomi a costruire il sito, la wiki e i ritratti dei personaggi.

L’affermazione è quasi esatta. Esiste una piccola eccezione, nascosta nel capitolo centocinquantotto: le formule pronunciate da Marco durante il rito della Grotta di Polifemo furono elaborate con l’aiuto di una precedente versione di ChatGPT.

Non si trattava di affidare all’intelligenza artificiale una parte della storia. La scena, il rito e il significato di ogni invocazione erano già definiti. Rimaneva da trovare una lingua nella quale Marco potesse pronunciare parole che, secondo il racconto, non aveva mai studiato e che pure riconosceva come proprie.

La magia del romanzo nasce spesso da questo genere di sovrapposizione. Elementi storici, tradizioni religiose, oggetti realmente esistiti e invenzioni letterarie vengono accostati finché i loro confini diventano meno visibili.

Il debito non appartiene a una sola scuola. Maugham trasformò Aleister Crowley nel mago Oliver Haddo. Borges inventò enciclopedie e lingue capaci di esprimere la metafisica di mondi inesistenti. García Márquez affidò la storia dei Buendía a pergamene scritte in sanscrito e protette da cifrari romani e spartani. Calvino utilizzò i tarocchi come una macchina narrativa, ricavando storie dalle loro combinazioni senza essere vincolato al significato tradizionale delle carte. Eco riunì testi autentici, dottrine esoteriche, coincidenze e calcoli informatici fino a trasformarli nel Piano del Pendolo di Foucault. Alejo Carpentier cercò il meraviglioso nella storia e nelle credenze incontrate ad Haiti; Milorad Pavić costruì un intero romanzo nella forma di un dizionario derivato da tradizioni incompatibili.

Il richiamo a questi autori riguarda il metodo, non il confronto. La loro lezione è che l’invenzione fantastica non deve necessariamente nascere dal nulla: può partire da un frammento autentico, da un documento frainteso o da un sistema incompleto e proseguire là dove le fonti si interrompono.

Il punto di partenza fu Zazas, Zazas! Nasatanada Zazas!, formula incontrata durante le ricerche sull’occultismo moderno. Compare nella visione del decimo Aethyr di Aleister Crowley ed è stata tramandata come formula per aprire le porte dell’Abisso. Il suo significato letterale rimane incerto, circostanza che la rendeva particolarmente adatta al romanzo.

Trovai poi in rete una concordanza dell’enochiano: un repertorio affascinante, disordinato e probabilmente maccheronico, nel quale parole provenienti da tradizioni e trascrizioni diverse erano presentate come parti di una lingua traducibile. Chiesi all’intelligenza artificiale di usare quel vocabolario per ricostruire alcuni ordini molto semplici.

Non doveva inventare il rito né stabilire ciò che Marco volesse ottenere. Doveva compiere un esercizio combinatorio: cercare parole compatibili con il significato richiesto e disporle in una forma che avesse ritmo e consistenza. Il risultato conservava una base riconoscibile e abbastanza libertà da poter entrare in un romanzo.

Nel passaggio dalla ricerca al testo alcune parole cambiarono ancora. Ton divenne To; Olpirt divenne Oplirt. Possono essere semplici mutamenti avvenuti durante la scrittura. All’interno del racconto, però, appartengono ormai alla lingua ricevuta da Marco nella visione.

L’intelligenza artificiale individuò e combinò le parole. Io stabilii il significato delle formule, scelsi le proposte, le modificai e le collocai all’interno del rito, attribuendo a ciascuna conseguenze precise.

La dichiarazione fatta alla presentazione era dunque tecnicamente incompleta: alcune parole del romanzo erano passate attraverso una macchina prima ancora che il libro fosse pubblicato. È forse appropriato che l’eccezione si trovi in una scena dedicata a una lingua ricevuta da altrove.

La magia della Fine dei miracoli non pretende di essere vera. Cerca piuttosto di conservare, sotto l’invenzione, abbastanza tracce del mondo reale da consentire al lettore di dubitarne per qualche istante.

  • Il luogo del rito è indicato nel manoscritto di Dionigi, figlio di Archimede, ed è legato al ritrovamento del diamante giallo e dell’anello senza pietre.
  • Il momento stabilito è il 2 giugno 1944, al tramonto, dopo il sopralluogo della mattina.
  • Gli sfollati ospitati nella grotta e pagati con le monete d’argento di Cecilia formano una barriera protettiva imprevista.
  • Il cane bianco osservato prima e dopo il rito viene interpretato come segno della protezione di Atibon Legba.
  • Gli spiriti ricompongono il bracciale senza che Marco debba usare la replica dell’organo di Gerberto.
  • Il viaggio temporale coinvolge Sigmondo, Diane e Marguerite; quest’ultima riceve anche l’anello senza pietre.
  • Marco chiude il rito dopo essersi separato dagli anelli, consumando quasi tutta la propria energia vitale.
  • Dopo la cerimonia non riesce più a vedere le conseguenze future degli eventi e anche il ricordo delle visioni precedenti comincia a svanire.
  • 2 giugno 1944, mattina: Marco visita la grotta, ha la visione preparatoria e comprende il ruolo di Sigmondo nel ciclo.
  • 2 giugno 1944, poco prima del tramonto: il gruppo entra nella grotta e dispone gli oggetti.
  • Durante il rito: il bracciale viene ricomposto; gli oppositori vengono respinti; Sigmondo, Diane e Marguerite partono per il passato.
  • Notte: Marco chiude il varco, crolla esausto ed esce dalla grotta privo della seconda vista.
  • Le parole arrivano a Marco attraverso la memoria degli anelli, la volontà degli Orisha o le entità stesse?
  • Che cosa compiono esattamente gli spiriti dopo essere stati inviati nelle quattro direzioni?
  • La perdita della seconda vista deriva dalla separazione dagli anelli, dallo sforzo della chiusura o dal compimento dell’incarico?
  • Il cane bianco è una manifestazione di Atibon Legba oppure un segno al quale la sensibilità di Marco attribuisce un significato sulla base di ciò che vede e percepisce?